Fabio Marzocca

Nota al testo

L’esigenza di scrivere questo breve romanzo è sorta dopo la lettura di numerosi testi fra cui, ultimo in ordine di tempo, “Il codice innato” di Michael Conforti, un analista junghiano di Brattleboro, nel Vermont. Nel suo libro il dottor Conforti delinea una teoria del campo archetipico secondo la quale gli stessi agiscono sugli individui a similitudine dei campi fisici sulla natura. “I campi possono essere considerati” – scrive l’analista americano – “come il mezzo tramite il quale gli archetipi si incarnano nella materia”. (1)

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Michael Conforti e Fabio Marzocca in occasione dell’Assisi Conference 2007

Da qui, l’idea della Valle: una rappresentazione simbolica di un luogo senza luogo (un Átopon), dimora della totalità della psiche, laddove le immagini primordiali sottopongono gli stadi più profondi dell’essere di ciascun individuo all’effetto dei loro campi d’influenza.

In Átopon ogni archetipo ha il suo guardiano, il custode del campo, nella figura di un diverso mito. I miti sono, in primo luogo, manifestazioni pubbliche che rivelano l’essenza dell’anima(2) e per questo raccontano sempre delle origini, o per lo meno, di quel che è originario.(3) Il mito, quale che sia la sua natura, è sempre un “precedente” e un “esempio”, non soltanto rispetto alle azioni dell’uomo, ma anche rispetto alla propria condizione(4) e risalgono a un narratore primitivo e ai suoi sogni, a uomini mossi dallo stimolo appassionato delle loro fantasie. Questi uomini non si differenziavano gran che da coloro che dopo molte generazioni sono stati chiamati poeti o filosofi.(5)

Si è scelto infine il bozzolo come immagine rappresentativa del “soffio vitale” di ciascun essere umano in quanto nella sua forma stessa esso esprime la concezione di un involucro disposto a contenere un prezioso tesoro a cui trasmettere la necessaria linfa nutritiva: l’embrione della vita.

La Valle, perciò, è il non-luogo in cui vive la parte sommersa di ciascuno di noi e verso la quale non esiste una comunicazione diretta nel senso attuale del termine, ma è presente la possibilità di una meta-comunicazione attraverso i sogni, gli istinti e le percezioni. Nel migliore dei casi si continua a sognare il mito, dandogli una forma moderna. E quando il colloquio non è chiaro oppure sembra essere addirittura precluso ogni contatto con Átopon, interviene la regina Arborea con i suoi “lucenti”, personaggi che hanno il compito di evocare i dèmoni, le cieche forze istintuali, per domarli e metterli al servizio del bene.(6)

In questo scenario si svolge la storia di Paola, una fragile creatura emarginata dalla popolazione del paesino a causa delle sue stesse paure, vittima di una dolorosa giovinezza poggiata sull’ancor più penosa consapevolezza del suo essere orfana, probabilmente abbandonata dai suoi stessi genitori. Solo attraverso l’alcool la povera donna riesce a sedare, seppur per brevi istanti, i mostri della sua mente che la portano a dialogare soltanto con le lapidi del cimitero, in cerca di un’integrazione che non riesce a ottenere dal mondo dei vivi.

L’avvicinarsi ai temi più profondi dell’essere attraverso le azioni di tre pre-adolescenti (i “paides”, come li chiama Draconis) è dovuto al fatto che il motivo del fanciullo è l’immagine di certe cose della nostra infanzia che abbiamo dimenticato, rapresenta l’aspetto “infanzia” precosciente dell’anima collettiva e le sue “fantasie” sono le naturali manifestazioni di vita dell’inconscio(7). Non stupisce il fatto che un fanciullo riesca a cogliere la voce di un barbagianni oppure a credere alla trasformazione di un gattino in una tigre del Bengala: la sua immaginazione, priva di vincoli, è la pura espressione di un essere incontaminato. È quello che descrive Arborea quando dice: “Quando siete totalmente immersi nel mondo dei vostri giochi, intenti solo ad animare le emozioni dentro di voi, state ascoltando la voce del vostro bozzolo”.

Il palazzo dove si situa Arborea non ha spigoli. Tutto è tondeggiante e si chiude a cerchio richiamando il motivo di completezza di un mandala. La stessa regina, nel suo aspetto androgino, vuole racchiudere in sé un’immagine che va oltre la limitazione degli opposti sessi. L’androginia divina, che si trova in tanti miti e credenze, ha un valore teorico, metafisico, esprime la coesistenza dei contrari, dei principi cosmologici in seno a una divinità.(8)

Il rito della “cura”, così come delineato da Draconis alla fine del cap. 18, sintetizza nella sua immagine un lungo processo di individuazione della donna, di rimozione dei suoi mostri interiori e del raggiungimento di uno stato di consapevolezza ed equilibrio. Il moderno sciamano è stato solo un tramite, lo strumento necessario per avviare e controllare il procedere del cammino, per scoperchiare la botola della “cantina” di Paola e farne uscire le forze che vi alloggiavano.

Nell’epilogo i ragazzi vedono Helios fra le nubi e Arborea nelle sembianza di una donna nel mercato, trasformata incredibilmente nei panni di Draconis subito dopo l’angolo. Questi ultimi eventi sembrano invalidare tutto il racconto? I personaggi, i luoghi non coincidono?

Ma il mito non ha luogo, è fuori dal tempo. Nel mito non c’è “prima”, non c’è “dopo”.

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1 – Michael Conforti – Il codice innato – Ed. Magi (2005)
2 – C.G.Jung – Gli archetipi dell’inconscio collettivo – Ed. Bollati Boringhieri (1977)
3 – C.G.Jung e Kàroly Kerenyi – Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia – Ed. Boringhieri (1972)
4 – Mircea Eliade – Trattato di storia delle religioni – Ed. Bollati Boringhieri (1999)
5 – C.G. Jung – L’uomo e i suoi simboli – Ed. TEA(1991)
6 – Giuseppe Lampis – Lettera a un amico psicologo – Quaderno di Átopon n.1/2006 – Mythos
7 – C.G. Jung e Karoly Kerenyi – Op. cit.
8 – Mircea Eliade – Op. cit.

Fonti e Appunti

(i numeri indicano i riferimenti ai capitoli)

 mandala
Indice

 

IV

La porta di accesso è verde, che rappresenta il colore dei “sensi”. In questa fase infatti Carboni è ancora nella sua area cosciente, quindi si orienta attraverso le sensazioni esterne. Tutto il percorso è in discesa, a simboleggiare un viaggio verso le zone più profonde del proprio essere. La paura di scendere in basso verso una zona buia rappresenta la naturale resistenza che gli uomini hanno nell’affrontare il proprio mondo sommerso. In tutte le civiltà antiche e primitive, anche nei riti sciamanici, entrare in contatto con lo “spirito” era simboleggiato da un percorso verso il basso per poi seguire un viaggio verso l’alto. Il sottosuolo rappresenta simbolicamente le fondamenta della psiche. I gradini sono sconnessi, perché il percorso interiore è sempre difficile e pieno di resistenze.

chiostroLa stanza con le 4 porte: il motivo quaternario è una simbologia molto antica. Secondo Jung, il nucleo della psiche si esprime lungo configurazioni della struttura quaternaria, infatti la coscienza viene orientandosi nel corso dell’esperienza secondo 4 tipi funzionali: sensazione, pensiero, sentimento e intuizione. Quindi il 4 rappresenta ogni singola fase dell’evoluzione della personalità umana. Nei miti antichi, l’Eroe si evolve secondo 4 fasi: la prova di potenza, la lotta trionfante, la sua fallibilità ed infine la sua caduta (eroica o meno). Gli angoli del mondo vengono spesso rappresentati con 4 direzioni. Gli elementi della Natura sono 4. La “quadratura del cerchio” è sempre stato un irrisolto problema matematico. Infine, nell’alchimia, l’assioma centrale è fondato su quattro elementi; Maria Prophetissa la Copta dice: “l’Uno diventa Due, i Due diventano Tre e per mezzo del Terzo, il Quarto compie l’Unità“. Non è un caso che questa immagine viene per la prima volta introdotta nel romanzo proprio al quarto capitolo.

V

De Imaginibus Intellectus – Il senso della frase è: La comprensione che nasce dalle immagini.

VII

Le bestie di guardia alle quattro stanze, rappresentano il livello cosciente che si oppone all’esperienza psichica verso l’inconscio. È sufficiente liberarsi dei vincoli culturali, dei condizionamenti che il cosciente impone, per allentare la morsa.

X

La porta di legno non può essere visibile ai quattro, in quanto immagine intima e personale dell’animo di Carboni. Inoltre l’uso della torcia elettrica, anziché della candela, elimina l’ulteriore effetto ipnotico della fiamma oscillante. La discesa nel sotterraneo è un’esperienza privata e non collettiva. Per di più, l’approccio scientifico di Giuliano inibisce la rappresentazione dell’invisibile.

XII – Terra

Il mondo invisibile dell’uomo è come un paesaggio illuminato dalla luna: i suoi elementi sono indistinti e fusi l’uno nell’altro e non si sa mai dove abbiano inizio e dove si concludano. La strada indica l’avvio del difficile percorso e non offre alternative: si dirige verso un paesaggio apparentemente ostile e minaccioso, quello dei meandri del profondo. Così infatti appare l’intimo sommerso agli spiriti troppo superficiali, pertanto occorre avvicinarsi con cautela al fine di leggerne i segni e interiorizzarne gli insegnamenti nascosti.

I paesaggi impervi appartengono intimamente alla natura stessa della meta che li fonda, li prefigura e li costituisce, cosicché è possibile dire che l’intraprendere il viaggio è già un arrivare.
La prova del cinghiale rappresenta un aspetto sia psicologico che antropologico, appartenente alla tradizione rituale: la necessità di uno sforzo individuale per affrontare la strada dell’individuazione. Lo sforzo fisico richiesto dalla cattura del cinghiale è commisurato a quello psichico necessario per entrare nelle tortuosità dell’inconscio. Il cinghiale, inoltre, è il simbolo della Terra nella cultura Celtica, ed è rappresentato all’interno del Triskele, uno dei simboli celtici più conosciuti.
L’olocausto dell’animale, oltre ai significati tradizionali nei rituali antichi, simboleggia che una parte di sé, quella più materiale, deve essere sacrificata per poter continuare il viaggio.

XIII

piantaPlanimetria della chiesa di San Pietro in Vincoli, con annesso chiostro.

XIV – Acqua

La città sulla montagna è un archetipo frequente che si presenta nella storia della nostra civiltà. La città rappresenta la regione dell’anima nel centro della quale dimora il sé, la globalità della psiche.
Guardare la propria immagine nello specchio d’acqua è la prima prova di coraggio da affrontare sulla via interiore, una prova che basta a far desistere la maggior parte degli uomini. Il pescatore mai deve dimenticare chi egli è, quindi è fermamente ancorato a terra (non deve perdere la propria coscienza per nessun motivo) ma “pesca” nel proprio sommerso e mette nel suo bagaglio tutti gli esseri che lì vivono.

Per attraversare la grande acqua, l’uomo è il mezzo più sicuro, non la tecnica né alcuna delle sue più diverse rappresentazioni. L’uomo deve affidarsi solo a sé stesso in quanto soltanto così potrà trovare tutti gli strumenti necessari al suo percorso. L’incontro con sé stessi significa anzitutto l’incontro con la propria Ombra. L’Ombra è – in verità – come una gola montana, una porta angusta la cui morsa non è risparmiata a chiunque si appresti ad attraversarla.
Anche per gli alchimisti il leone è un animale focoso, la cui visione denuncia il pericolo di essere divorati dal proprio sommerso e infatti Finzi viene sbranato dal leone in quanto non è ancora in grado di realizzare ciò che dovrebbe. Il suo livello cosciente così logico e razionale non è stato in grado di affrontare la visione dell’altro lato di sè, il quale si è così tragicamente intromesso nei processi coscienti.
La scena del Mosè si tratta di un caso comune di premonizione dell’inconscio.

XV

triangoloIl triangolo divino e il triangolo terreno, da R. Fludd, Utriusque cosmi.

XVII – Fuoco

Il Fuoco, è l’elemento di trasformazione in quanto il calore che sprigiona dilata, modificando le forme ed è soprattutto ambivalente: elemento di salvezza che purifica, rigenera e anima il cosiddetto “fuoco interiore” tuttavia, se fuori controllo, è totalmente distruttore e divorante, come le passioni o la violenza. Il triangolo infuocato, fiamma che sale verso il Cielo raffigura lo slancio del sapere curioso, verso la spiritualizzazione universale. Il simbolo del Fuoco ricorda la fiamma protesa in alto che termina a punta; allude quindi ad un moto ascendente, di crescita o dilatazione.
La scena del forno con i fratelli e la madre, rappresenta una funzione “compensatoria” per Carboni, gravato fin da giovane dal problema di non aver contribuito all’azienda familiare, ma aver anzi pesato su essa con i costi dei suoi studi. La funzione compensatoria dei sogni è molto frequente ed è quella che più di ogni altra Jung ha messo in rilievo. Con questo tipo di sogni vengono “compensate” le esigenze della nostra vita.
Il fioco lume rappresenta la ragione umana, la sola luce di cui l’uomo cosciente dispone. Ma la ragione illumina solo un’infinitesima area dello spazio-tempo davanti e dietro l’uomo, mentre intorno permane il buio. L’uomo avanza e acquisisce nuove verità, ma l’area totale illuminata rimane sempre la stessa: infinitesima. Tuttavia non per questo si può escludere che nell’immenso buio non vi siano essenze che la nostra mente non riesce a intercettare.

L’esagramma del Risaltante, il Fuoco dell’I-King rappresenta il mistero della creazione a tutti i livelli. Affinché una vita possa splendere autonomamente è necessario che possa risaltare, distaccandosi, da qualcosa di permanente al suo interno.
La nostra mente è il prodotto immateriale di uno strumento materiale, è la musica che emana da un violino. Se il violino si rompe, la musica cessa. Quindi la mente è intimamente collegata allo strumento che la produce e questo a sua volta fa parte di un universo corporeo che interagisce con esso.

XIX – Aria

L’immagine si svolge in un luogo lontano dalla Terra, a indicare che i messaggi in essa contenuti sono universali e non soggetti al filtro delle cose terrene. I tre scogli alle spalle di Carboni rappresentano i tre stadi della prova appena superati. Wolfgang Pauli è l’ispiratore di tutta la ricerca di Carboni, quindi il simbolo dello scienziato che sorregge sulle spalle un’intera città montana richiama alla mente come il professore abbia posto Pauli in un ruolo cardine della civiltà.

Il cigno rappresenta la luce interiore dello spirito umano, la scintilla divina nell’uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente e rappresenta la parte dell’uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità. L’ombra è l’archetipo della personalità sommersa e rappresenta attribuzioni e qualità ignote all’ego. L’incontro con la propria ombra, corrisponde all’incontro con sé stessi, all’acquisizione della coscienza. Dato che nell’immagine nessun oggetto è dotato di ombra, questa vuole indicare la generale necessità di ricongiungere il visibile con l’invisibile, le percezioni sensoriali con le idee intuitive. L’ombra va ricercata nel sommerso, da qui lo scavo nella pozza d’acqua.

L’immagine di luce che illumina la scena è tratta dal frontespizio dell’opera di R. Fludd, Utriusque cosmi historia (“Storia dell’uno e dell’altro cosmo”: 1617-21), che esibisce l’immagine dell’uomo iscritto nella circonferenza del mondo ritmato dai simboli che rappresentano i diversi piani dell’universo, dalla terra a Dio attraverso gli elementi, i pianeti, le costellazioni e le intelligenze angeliche. Questa è la proiezione dell’universo antropomorfo che Carboni sta teorizzando nella sua ricerca, e che consente l’eliminazione del distacco tra il visibile e l’invisibile, permettendo alle ombre di ricongiungersi ai corpi.

 

Bibliografia essenziale

La lettura dei seguenti testi mi ha accompagnato e ispirato durante la stesura del romanzo:

  • C.G.Jung – Ricordi Sogni Riflessioni – BUR
  • C.G.Jung – Gli archetipi dell’inconscio collettivo – Bollati Boringhieri
  • C.G.Jung – L’uomo e i suoi simboli – TEA
  • W. Pauli – Psiche e Natura – Adelphi
  • P.K. Feyerabend – Dialogo sul metodo – Laterza
  • G. Lampis – Oltre il Nulla – Mythos
  • M. Eliade – Trattato di storia delle religioni – Bollati Boringhieri
  • M.P.Rosati – Potenzialità terapeutica dell’immaginazione – Mythos

mike

Recesione di Tatiana Vanini

 

 

“Quando sussurravo alle peonie” è un libro con il quale è facile entrare in confidenza, nel quale si sta bene, comodi e al contempo sempre più appassionati alla storia che viene raccontata.
Fabio Marzocca ha una penna intensa e scorrevole, che usa con maniera ed esperienza, perfetta per trasmettere emozioni e permettere al lettore di entrare in connessione con i personaggi in generale, e il protagonista Tommaso in particolare.

Il primo incontro con Tommaso, è triste.

Alla fine della vita, il nostro narratore sta solo aspettando la morte. Cullato dal suono ritmico e ipnotico dell’apparecchio che ne controlla le funzioni vitali si assopisce e ricorda, in una serie di salti temporali, la sua vita e le esperienze vissute. Da qui parte il romanzo, con una serie di capitoli alternati in anni diversi, che mostrano Tommaso in differenti stadi delle vita, perfettamente coerenti con l’essere riminiscenze casuali in punto di morte, non decise né ordinate a priori, ma accolte così come vengono, non banali, mai futili, sempre e solo momenti importanti e significativi.

In modo naturale, nonostante il disordine degli anni, il lettore riesce a comprendere la narrazione, ad accompagnare, essere al fianco di Tommaso, imparando a conoscerlo e apprezzarlo. “Quando sussurravo alle peonie” è un titolo curioso, ma che ben rende il testo e ha un senso preciso che si scopre leggendo.
La trama è un andare regolare e interessante, potrebbe continuare così e sarebbe una lettura piacevole, ma l’autore ci regala di più, mettendo sorprese, non detti, bugie, che complicano la narrazione e l’esistenza del soggetto principale, inserendo una nota di mistero. Viviamo le gioie, i dolori, gli incontri inaspettati e le inaspettate rivelazioni.

Se il protagonista è il personaggio che riusciamo a comprendere più profondamente, c’è da rilevare che anche le figure che lo accompagnano sono ben descritte, hanno un ruolo preciso e riusciamo a “vederle” con facilità.

“Quando sussurravo alle peonie” è la celebrazione della vita, un romanzo appassionante, profondo, formativo. Scatena una vasta gamma di emozioni e nel finale è impossibile non lasciarsi andare alla commozione, sopratutto soffermandosi su un biglietto e le parole su di esso vergate.
Fabio Marzocca ha un solo difetto: fa innamorare del suo raccontare. E’ un autore che vorrete ritrovare.

(Tatiana Vanini)

Perché ho scritto “Via delle Paglie”?

Non credo di aver scritto un romanzo sulla perdita della ragione. Credo invece di aver scritto un romanzo sul bisogno disperatamente umano di trovarne una.

Mi ha sempre affascinato il modo in cui cerchiamo di mettere ordine nelle cose. Nei ricordi, negli incontri, nelle coincidenze, nei piccoli eventi quotidiani che probabilmente non hanno alcuna intenzione di dirci qualcosa, ma che noi continuiamo comunque a interrogare.

Perché il caos è difficile da accettare.
Glauco, il protagonista di Via delle Paglie, fa questo: osserva.
Osserva le persone, i gesti, gli orari, le traiettorie. Cerca regole. Cerca strutture. Cerca una forma nascosta dietro ciò che accade.
E più osserva, più trova.
Questo è il punto che mi interessava raccontare. Non un uomo che smette di ragionare, al contrario.

Un uomo che ragiona sempre meglio. Che costruisce un sistema sempre più preciso, sempre più coerente, sempre più capace di spiegare tutto.

Tranne una cosa.
Che una spiegazione perfetta non è necessariamente una spiegazione vera.
Mi interessava quel confine sottile: il momento in cui una mente lucida, razionale, abituata a capire, inizia lentamente a costruire una strada che soltanto lei riesce ancora a vedere.

Senza rumore, senza grandi crolli, quasi con dolcezza.

Perché forse tutti noi, in modi diversi, facciamo qualcosa di simile: scegliamo i ricordi da conservare, diamo significato agli incontri, trasformiamo eventi casuali in direzioni. Disegniamo mappe. E poi, a volte, dimentichiamo di essere stati noi a disegnarle.

Via delle Paglie nasce da questa domanda: quanto della realtà che viviamo è qualcosa che troviamo, e quanto è qualcosa che costruiamo?

Non ho cercato una risposta.
Ho seguito Glauco mentre cercava la sua.

Prima che facesse sera

La città attraversa la sera senza accorgersi di nulla.

Le persone tornano a casa, i tram scorrono sotto la pioggia, i bar si riempiono di voci e luci stanche. Eppure, da qualche parte nel centro storico, qualcosa ha già iniziato a muoversi.

Marco guida senza sapere come uscire dalla rete di favori e denaro che per anni gli ha garantito successo e potere.
Sofia trascina una valigia per strade sempre più estranee, portandosi addosso la rabbia silenziosa di chi ha visto distruggere ciò che amava.
Luca osserva la città come se potesse scomparire da un momento all’altro, mentre il ricordo del padre torna lentamente a confondersi con il proprio futuro.
Giulia scava negli archivi del Museo Civico e scopre che certe verità non restano sepolte per sempre.

Al centro delle loro vite, quasi invisibile, continua a comparire lo stesso nome: Bellandi.

Un uomo potente. Colto. Intoccabile.
Un uomo che sembra conoscere da sempre le fragilità degli altri.

Mentre la notte scende sulla città, i loro percorsi iniziano lentamente a convergere verso Piazza San Celso, un luogo dimenticato dove il passato continua ad aspettare sotto la superficie delle cose.

E dove — alla fine — ognuno dovrà fare i conti con la propria idea di colpa.

Via delle Paglie

Glauco vive solo, in un appartamento ordinato quanto la sua mente. Da sempre trova rifugio nei numeri, nelle sequenze, in una logica capace di dare forma anche alle cose più difficili da accettare. Dopo la morte di Nina, la donna che ha amato, ha ridotto la sua vita all’essenziale, evitando tutto ciò che non può essere spiegato.

Ma qualcosa comincia a cambiare.

All’inizio è una lieve incrinatura: un dettaglio che non torna, una percezione che slitta, un ricordo che si sposta. Poi, lentamente, il mondo smette di essere stabile. Le persone che lo circondano — Bianca, concreta e combattiva; Aurora, incinta di una nuova vita; la piccola Persefone e sua madre Demetra — non sono più solo presenze, ma sembrano disporsi secondo una struttura che Glauco inizia a riconoscere.

Non sta perdendo il controllo.
Sta cercando una nuova forma di ordine.

Ciò che per gli altri potrebbe apparire come smarrimento, per lui diventa una visione sempre più coerente: ogni incontro, ogni perdita, ogni nascita sembra seguire una direzione precisa, una traiettoria che lentamente prende forma.

E quando Nina torna, non come ricordo ma come presenza, Glauco comprende che alcune cose non scompaiono davvero.

Restano.
Anche quando tutto il resto cambia direzione.

Quando sussurravo alle peonie

Cosa fa Tommaso Maltese mentre attende il trascorrere delle sue ultime ore? Pensa, sogna, lascia scorrere i ricordi come bolle che affiorano alla memoria. E la storia procede sulla linea spezzata di un flusso che si dipana attraverso periodi diversi, da un momento a un altro, in un disordinato sciogliersi liquido del tempo. Tommaso potrebbe essere uno di noi, a cui la vita ha però riservato fatali coincidenze, perdite e ritrovamenti, alla continua ricerca della creazione perfetta: un fiore, una peonia.

La prima metà della sua vita sembra passare nell’ombra, divorato dalle domande e da quello che lui chiama “l’abbandono di due padri”. Cammina sullo sfondo di ciò che è il primo piano dei giorni degli altri, mentre un personaggio misterioso lo segue in ogni suo movimento dall’altra parte del mondo.

La sua rivalsa si sviluppa nel rapporto con la figlia, una relazione a cui si afferra per non perdersi e che gli ricorda costantemente il volto della moglie, come un post-it nella memoria. Per starle vicino decide di “vivere una seconda vita” e il cambiamento si rivela un’inaspettata opportunità per scoprire la storia di suo padre e diradare la nebbia cui era avvolto da anni.

Hermann e Sveva

Un amore sofferto, quello di Hermann per Sveva. Non dovremmo chiamarlo forse meglio un amato dolore?

Hermann Wehsal è un quarantacinquenne tedesco che decide di trascorrere una stagione presso un piccolo paese di pescatori lungo la penisola italiana, insieme alla sua compagna Sveva, incontrata alcuni anni prima a seguito di un incidente sul lavoro. Gli abitanti, però, dimostrano un’evidente ostilità nei confronti dei cortesi tentativi di integrazione del forestiero e l’unica persona con cui Hermann riesce ad avviare un percorso di amicizia è il giovane Ludovico, un appassionato di letteratura, anche lui scarsamente inserito nella collettività locale.

Sveva è una creatura dotata di uno sguardo inquietante, assolutamente disinibita e travolta dalle sue stesse passioni. Sembra essere l’esatto opposto di Hermann, il quale racchiude in sè comportamenti spesso rigidi e controllati, cultore di una severa fede di origine luterana. Quale filo dunque unisce i due in un amore travolgente, quale catena stringe le sue maglie su Hermann trascinandolo inesorabilmente verso Sveva a qualunque costo, contro ogni più umana ragione fino all’ombra di un agghiacciante delitto?

Solo l’anziano professor Schiller, giunto anche lui nel paese alla ricerca di Hermann, sembra conoscere l’antica e drammatica ragione di tale amore avendo custodito per anni – con attenta saggezza – il tormentato percorso dell’uomo. Tuttavia Schiller è ostacolato, dentro e fuori di sè, dall’astioso comportamento di Sveva che si contrappone con innata risolutezza alle intromissioni del professore nella sua vita privata.

Il personaggio di Ludovico diviene così per Hermann l’unico e indispensabile elemento esogeno a cui consegnare le sue più intime confessioni, fino a rappresentare il fatale destinatario per la rivelazione dell’ultima – la più spaventosa – verità. Quell’amore affondava le sue avide radici su un terreno estraneo – una dimensione al di fuori di ogni possibile elemento di umana ragione – coltivato da Hermann con inaudita follia nella sua conflittualità interiore.

Nella tranquilla cornice del paese marinaro, dove ogni giorno è sempre uguale a se stesso e tutti sono uguali al primo, va in scena l’epilogo della terribile tragedia umana di Hermann, inconsapevole vittima del proprio folle disagio.

Viaggio in controtempo

Eric Messina vive in una tranquilla cittadina dell’Australia occidentale quando riceve una telefonata che avvierà in lui un inconsapevole e tumultuoso periodo di angoscia: suo padre, che non vedeva più da oltre vent’anni, è morto in un incidente stradale nella parte opposta del continente. La notizia lo coglie di sorpresa e un risvegliato desiderio di conoscenza lo porta a recarsi sul posto in compagnia della sua più cara amica, Fay.

Il giovane vuole vedere i luoghi dove era vissuto il misterioso genitore, capirne le ragioni oltre alle laconiche risposte della madre, ritrovare il filo del passato. Finché la scoperta di un quaderno fitto di appunti e di date si manifesta come la chiave del forziere che contiene le risposte. Si immerge così nella lettura del diario e il nastro del tempo si svolge e si riavvolge tra le sue mani, intonando sui protagonisti le dolorose note di una triste melodia costruita su reciproche incomprensioni e tormenti personali.

Quando la storia scritta sembra però concludersi, un’inaspettata rivelazione richiama l’attenzione di Eric su un importante documento che custodisce le ultime volontà del padre. Perché quel nome? Qual è l’anello di congiunzione mancante?

Talvolta la vita separa gli uomini, allontanandoli nei luoghi e nel tempo, ma spesso poi riesce a farli ritrovare avvolgendoli ignari in un trasparente velo di recuperate affinità.

L’ombra di Pan

Ivan ha quasi diciotto anni e un passato che l’ha costretto a crescere in fretta. Brusco, scostante, sfacciato e solitario, ha costruito nel tempo il suo piano, un’idea di rivincita nei confronti di una natura che ha sempre odiato e della quale non ha mai voluto far parte. Un progetto che doveva avere per lui il valore di una rivalsa: uccidere un uomo. Quando però si ritrova a fissare incredulo il suo coltello conficcato nel petto di un barbone soprannominato Pan, l’animo del ragazzo subisce un lacerante riflesso di rimbalzo che lo porta a vivere irrazionali e incoerenti fenomeni emotivi.

Glauco, il suo insegnante di storia al liceo, dispone anche lui di un triste fardello contenuto nel bagaglio del suo passato, al quale si è aggrappato con tenacia nel timore di perderlo e sul quale ha ricostruito un nuovo mondo del tutto personale e privato negli ultimi dieci anni.

L’impenetrabile legge del caso li mette in contatto in una dimensione diversa da quella scolastica quotidiana, dando così luogo a una serie di inaspettati eventi che stra­volgono l’intima solitudine delle due vite.

Era forse inevitabile quell’incontro? Il ragazzo doveva entrare nella vita di Glauco proprio in quel determinato istante? Di certo, Ivan non poteva fare a meno di incrociare Pan lungo la strada del suo destino.