Perché ho scritto “Via delle Paglie”?

Non credo di aver scritto un romanzo sulla perdita della ragione. Credo invece di aver scritto un romanzo sul bisogno disperatamente umano di trovarne una.

Mi ha sempre affascinato il modo in cui cerchiamo di mettere ordine nelle cose. Nei ricordi, negli incontri, nelle coincidenze, nei piccoli eventi quotidiani che probabilmente non hanno alcuna intenzione di dirci qualcosa, ma che noi continuiamo comunque a interrogare.

Perché il caos è difficile da accettare.
Glauco, il protagonista di Via delle Paglie, fa questo: osserva.
Osserva le persone, i gesti, gli orari, le traiettorie. Cerca regole. Cerca strutture. Cerca una forma nascosta dietro ciò che accade.
E più osserva, più trova.
Questo è il punto che mi interessava raccontare. Non un uomo che smette di ragionare, al contrario.

Un uomo che ragiona sempre meglio. Che costruisce un sistema sempre più preciso, sempre più coerente, sempre più capace di spiegare tutto.

Tranne una cosa.
Che una spiegazione perfetta non è necessariamente una spiegazione vera.
Mi interessava quel confine sottile: il momento in cui una mente lucida, razionale, abituata a capire, inizia lentamente a costruire una strada che soltanto lei riesce ancora a vedere.

Senza rumore, senza grandi crolli, quasi con dolcezza.

Perché forse tutti noi, in modi diversi, facciamo qualcosa di simile: scegliamo i ricordi da conservare, diamo significato agli incontri, trasformiamo eventi casuali in direzioni. Disegniamo mappe. E poi, a volte, dimentichiamo di essere stati noi a disegnarle.

Via delle Paglie nasce da questa domanda: quanto della realtà che viviamo è qualcosa che troviamo, e quanto è qualcosa che costruiamo?

Non ho cercato una risposta.
Ho seguito Glauco mentre cercava la sua.