Le antiche basi per un’innovazione creativa

 

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Lo studio della psicologia umana ci ha dimostrato che non può esistere sviluppo armonico della personalità (dell’individuo, come del gruppo) se non c’è una “base sicura” (materna, familiare, una cultura, una tradizione ecc.,) che consenta all’individuo di esplorare se stesso, gli altri e il mondo. Dove non esiste tale base sicura, l’individuo è in uno stato di inquietudine e fa ricorso a manovre difensive e di resistenza allo scopo di minimizzare l’angoscia per la separazione da un sostegno (John Bowlby, “Attaccamento e perdita” 1969).

In un periodo storico come questo, in cui l’incessante sviluppo della tecnologia tende a “risolvere” con semplicità qualunque problema di natura quotidiana, cresce sempre più nell’uomo un senso di profonda incertezza derivato fondamentalmente dalla costante inibizione delle sue attività immaginative.

La nostra capacità intuitiva (e immaginativa) ci rende abili nel risolvere anche situazioni inaspettate e imprevedibili. Oggi, però, gli strumenti che vengono creati servono proprio a eliminare l’inaspettato, il pericolo, l’irrazionalità, per fare in modo che tutto sia il più possibile prevedibile, controllabile e gestibile.

Il mondo odierno sembra impegnato a costruire macchine che siano in grado di offrirci sicurezza, sistemi di previsione e controllo, di analisi. La televisione ci offre esperienze visive che assorbiamo in maniera passiva e distratta in una sorta di bulimia, mentre diminuiscono le nostre capacità di attenzione, concentrazione e le capacità critiche. In altre parole, la società moderna nel suo sviluppo prevalentemente tecnologico ci offre l’illusione del potere fornendoci strumenti che eliminano la necessità di usare appieno tutte le potenzialità proprie dell’intelligenza umana quali la capacità di immaginare nuove inesplorate possibilità.

Sembrerebbe quasi che le complesse capacità dell’essere umano stiano diventando irrilevanti per la sua sopravvivenza nel mondo, dal momento che la tecnologia sembra offrirgli maggiori sicurezze.

Tuttavia si percepisce in maniera diffusa la perdita dell’incanto del mondo, del fascino di quella ‘cosa arcana e stupenda’ che è la vita. Generale è l’insoddisfazione e l’ esigenza sempre crescente di ritrovare la creatività e lo spirito innovativo.

Nell’articolo “Quale creatività?” abbiamo cercato di delineare gli aspetti principali legati al significato di questa esigenza e oggi vogliamo analizzare una modalità di approccio all’innovazione che può nascondere insidie e insuccessi.

Può sembrare un paradosso, eppure molto spesso le idee creative e le novità vengono rigettate anche quando le stesse rappresentano un obiettivo desiderato. Questo pregiudizio nasce proprio nel momento in cui l’innovazione proposta non fonda la sua origine su una solida base sicura, come intesa da John Bowlby. Questo effetto è stato studiato e dimostrato qualche anno fa in una ricerca dell’a Cornell University: esiste un’insidia nascosta nella proposizione di idee creative che può generare una forte resistenza nell’accettazione delle stesse.

Ogni innovazione, di per sé, rappresenta qualcosa di inconsciamente inquietante in quanto introduce un elemento ‘nuovo’ e da sempre le novità hanno un alone di sospetto. (La res nova nell’antica Roma rappresentava la rivoluzione, destabilizzante al massimo e quindi la cosa più temibile). Dala stessa locuzione comune “Che novità è questa?” traspare evidente un tono di disapprovazone o diffidenza.

Più l’idea è nuova e generata su labili presupposti, maggiore è il riflesso di incertezza generato circa la sua praticità, utilità e affidabilità. Dopo lo svolgimento di una serie di esperimenti tra la popolazione, lo studio citato giunge, fra l’altro, a queste conclusioni:

  • Le idee creative sono per definizione nuove, e le novità possono scatenare sentimenti di incertezza che mettono a disagio la maggior parte delle persone;
  • Le persone respingono le idee creative a favore di idee a carattere puramente pratico;
  • L’evidenza oggettiva che sostiene la validità di un’idea creativa, non è sufficiente a motivarne l’accettazione;
  • Il pregiudizio anti-creativo è così sottile e profondo che non viene percepito razionalmente dalle persone

Molte sono le motivazioni che possono portare a questi sentimenti, tuttavia ciò che non viene analizzato nel rapporto della Cornell University è la composizione dell’idea creativa presentata all’esame del gruppo, la sua origine e la sua specifica costruzione. Un’azione veramente creativa, infatti, deve essere sempre necessariamente ricompresa in un modello originario. Solo così infatti, essa non produrrà ansia perché colui che agisce si unisce attraverso la sua azione al ritmo del mondo (G. Lampis – Noia, Ansia e Creatività).

Botticelli,_pallade_e_il_centauro
Botticelli – Pallade e il Centauro – Firenze

La storia ci racconta spesso di intuizioni e idee innovative che hanno cambiato il mondo, ma quasi sempre le stesse nascono da una sorprendente capacità di guardare la realtà e riconoscere ciò che era già in nuce nella tradizione culturale, in attesa di essere portato alla luce, scoperto. A ciò si riferisce Paulo Coelho nel suo romanzo “L’Alchimista”, rielaborazione di un noto apologo del Rabbino. Il protagonista scopre alla fine di un lungo e travagliato percorso che il tesoro che nel suo sogno aveva intravisto e che aveva faticosamente cercato era nascosto da sempre nel suo giardino: “Coloro che non capiscono le loro leggende personali non riusciranno a comprenderne gli insegnamenti”.

L’esigenza di innovare creando un ponte con la base culturale tradizionale è stata rilevata anche nell’ambito della gestione aziendale. Sono molti i nomi che sono stati coniati per tale modalità di approccio al problema, tra cui Effetto Medici (Frans Johansson – The Medici Effect – Harvard Business Press 2006) e Humanistic Management (Marco Minghetti e Fabiana Cutrano – Le nuove frontiere della cultura d’impresa. Manifesto dello Humanistic Management – ETAS 2004). Unanime l’esigenza di guardare al futuro ricomponendo la scissione derivata da un troppo rapido sviluppo delle tecno-scienze che ha finito col fagocitare altre innumerevoli risorse per lo sviluppo armonico della società e che ha distolto lo sguardo dell’uomo dalla sua propria immaginazione creativa.

Tuttavia vogliamo ancora ribadire che creatività non significa distruggere il mondo che esiste per crearne uno nuovo. Ciò vorrebbe dire creare in una landa desolata, un deserto materiale e morale, senza più regole, modelli, punti di riferimento, coordinate. E da qui l’ansia, anzi l’angoscia generata dal vuoto: noia e nichilismo. Una raffinata e dettagliata descrizione di questo fenomeno ce la offre Fëdor Dostoevskij nel suo romanzo “I Demoni”. “I rivoluzionari finiscono forzatamente per aver le stesse tare della società che essi vorrebbero trasformare” (Irving Howe – Politica e romanzo – 1962).

Quindi l’innovatore non è un distruttore che presenta qualcosa di assolutamente nuovo costruito su una base priva di riferimenti con il mondo conosciuto: questa azione genera inquietudine a causa dell’incertezza del risultato e la perdita della base sicura. Il Grande Innovatore è sempre colui che sa ritrovare nel creato e nelle sue leggi quella via che gli altri uomini non riescono più a vedere, “quel qualcosa” che sembra perduto e di cui tuttavia si sente forte il bisogno. Da qui, il fascino e il successo di romanzi e fictions polizieschi (la ricerca della verità), di avventure alla scoperta di tesori nascosti, film o libri che ripropongono antichi miti anche in veste moderna, ecc.

Le novità – anche e soprattutto quelle che possono apparire rivoluzionarie – devono sempre innestarsi sul terreno fecondo di una tradizione antica e consolidata per poter tracciare e costruire una strada affidabile verso il futuro.

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[*] – Caos-Frame: opera fotografica di Josue D’Amato. Particolare di un frame estratto da un video di sfere d’acciaio poste su una membrana vibrante con moto pseudo-browniano.

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