Leggendo
La Valle di Àtopon questa è la domanda che sorge spontanea: perché i protagonisti sono i bambini? Forse perché sono incapaci di essere diversi da quello che sono e quindi molto più vicini al proprio spirito di quanto lo sia un adulto. La consapevolezza non ha età, tutto dipende solo dai condizionamenti; non esiste una consapevolezza di cinque, dieci,o cinquant’anni: è solo un’idea. Chiudi gli occhi e prova a capire che età ha la tua consapevolezza: non riuscirai a stabilirlo. Così come nella Valle di Àtopon , dove il tempo ha un valore completamente diverso. Ecco perché la lettura di questo libro non è riservata solo ai ragazzi, bensì a tutti coloro che vogliono correre tenendo la mano di questi tre bambini, affrontando l’avventuroso viaggio nella propria Valle di Atopon dimenticando la propria età.

E’ essenziale capire che l’uomo ha due aspetti, uno spirituale e uno fisico. Il corpo da solo, senza comunione con lo spirito, è un guscio vuoto. Com’è scritto nel libro, compito di ogni essere umano è quello di riconoscere e dialogare con i propri
campi stabilendo un contatto con la “Valle di Àtopon” e , per realizzare ciò, c’è un unico canale: i sogni.
Quando un essere umano perde completamente contatto con il suo bozzolo, Levy, simbolo del Male, lo divora e lo distrugge; quindi, si potrebbe aggiungere che la conseguenza di ciò è la malattia, non solo mentale. La malattia del corpo non è altro che disarmonia tra l’anima e la mente, è lo stadio terminale di un disordine più profondo. Se potessimo soltanto renderci conto degli errori che stiamo commettendo, e se fossimo in grado di correggerli con mezzi spirituali, non ci sarebbe alcun bisogno di conoscere la durezza della sofferenza. Essa è di per sé positiva in quanto ci indica che stiamo prendendo un percorso sbagliato e accelera il compimento della nostra evoluzione. Quando nel libro si fa riferimento al mito di Melampo, è ribadito un principio che è anche della medicina omeopatica cioè quello del
simile cura il simile così come in realtà è la malattia che cura l’azione sbagliata. Le reali malattie primarie dell’uomo sono l’avidità, la crudeltà, l’egoismo, ed è il persistere di questi difetti che espongono il corpo a quei risultati che chiamiamo malattie.

Ecco perché la ragione principale del fallimento della scienza medica moderna sta nel fatto che essa si occupa degli effetti e non delle cause. Compito invece di un medico illuminato è quello di fornire insieme con i rimedi materiali, la chiave di lettura degli errori compiuti e i mezzi per sradicarli ridando la salute al malato, assistendolo nel processo di conoscenza di sé. Tale figura, nel libro è simbolizzata da Draconis il quale, come dice la regina Arborea, appartiene a quegli esseri umani che si chiamano
Lucenti, persone particolari. Mezzo di comunicazione tra la regina Arborea e i Lucenti è la musica = voce del cuore = codice primordiale della comprensione.
A questo punto mi viene in mente un quadro ottocentesco di stile vittoriano, The
Doctor di Luke Fildes dove è raffigurato quello che dovrebbe essere non solo l’atteggiamento fisico, ma anche quello mentale di un medico
Lucente. Il quadro è ambientato in una cameretta fatiscente di un’umile casa dove, su un lettino di fortuna costituito da due sedie, giace una bambina. La madre, con la testa appoggiata su di un tavolo, appare affranta dal dolore, mentre il medico si protende verso la bambina con l’atteggiamento profondamente umano di chi si sta interrogando facendo appello a quella capacità intuitiva che, nel passato , apparteneva alla sfera creativa del medico e che oggi è stata soppiantata dalla tecnologia.
L’avventuroso viaggio dei tre ragazzi nella Valle di Atopon rappresenta, metaforicamente, tutto ciò che un essere umano incontra, quando intraprende un cammino di conoscenza dove, accanto alle forze del rinnovamento, emergono anche quelle ostacolatici, del male, che tentano di sbarrare il percorso verso la strada della realizzazione. Lo scontro è arduo e ogni volta il buono-bello rischia di soccombere, mentre l’istinto malefico tenta di prendere il sopravvento. Come uscirne? Con il coraggio che i tre bambini dimostrano nell’affrontare l’avventuroso viaggio con la mente sveglia e gli occhi ben aperti, senza idee preconcette che li privino dell’opportunità di acquisire nuove e più vaste conoscenze; ma soprattutto quella volontà che si forma, non tanto nell’abbondanza e nella gratificazione, quanto nella privazione e nella determinazione sostenuta dal progetto (nel caso di Ughino la salute della madre).
Non dimentichiamo però che Ughino può affrontare
il viaggio grazie anche alla solidarietà di Angela e Markus. Immaginare cosa vuole dire essere qualcun altro, mettersi nei cosiddetti panni dell’altro rappresenta il nucleo della nostra condizione umana, è il principio d’ogni senso morale. E’ essenziale comprendere però che in quest’avventuroso viaggio dentro noi stessi anche se, come Paola, aiutati da persone
lucenti, siamo soli, perché la vera conoscenza viene solo dall’interno di noi stessi, dove, come dice E. Bach g
iace tutta la verità. Conseguentemente la salute non è altro che la presa di coscienza di ciò che siamo. Tant’è vero che Paola per guarire dovrà affrontare da sola le forze del male rimuovendo
i suoi mostri interiori.

Paola dovrà quindi, per guarire, scontrarsi con la sua parte oscura guardandola bene negli occhi di Aion , custode del Male. Come dice Draconis “
….ha visto se stessa negli ultimi anni della sua vita come una naufraga dispersa in un mare in tempesta…..” Questo però le è stato però sufficiente “
per cominciare a vedere…” L’atto più difficile che un essere umano possa compiere, e che più d’ogni altro è temuto, è quello del vedere (prima in sé stesso). E’ da quest’atto che ha origine l’amore o meglio l’atto del vedere è in se stesso amore; dopo il vedere il secondo passo è la consapevolezza. Ecco perché Paola potrà con un estremo atto d’amore salvare Ughino.
Molti ancora potrebbero essere i contenuti di riflessione cui sospinge la lettura di questo che possiamo definire un
libro ma in realtà non lo è nel senso comunemente inteso, poiché esso rappresenta il grande
libro della vita, l’unico che, a giusto titolo, noi dovremmo prima imparare a leggere, poi leggere, e, finalmente ritrovare in noi stessi. Un testo antico, che giunge al lettore per condurlo, di stupore in meraviglia ad aprire gli occhi nella percezione dell’esistenza e sul messaggio destinato all’uomo. Per questo esso offre un’interessante opportunità al lettore, quella di riflettere, meditare, approfondire. Sarebbe auspicabile che questo testo - proprio per la semplicità con cui sono affrontati temi profondi della vita - venisse diffuso nelle scuole, offrendo ai ragazzi l’opportunità di formarsi a quei grandi valori che oggi sembrano del tutto dimenticati. Esso realizza quella che dovrebbe essere la funzione della lettura:
insegnare a chi ancora non sa
evocare, a chi ha già vissuto. Quando un libro realizza tale finalità può veramente essere definito
di successo.